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Sostenibilità e lavoro. Riflessioni e proposte per una vita lavorativa sostenibile.

Quando si parla di sostenibilità spesso ci si riferisce all’ambiente. Siamo ormai consapevoli del fatto che le risorse del nostro pianeta sono limitate e che quindi, se vogliamo continuare a vivere sulla terra, dobbiamo impegnarci a farlo in modo, appunto, ecosostenibile.

A mio avviso però, il tema della sostenibilità riguarda ogni ambito della nostra vita: dalle relazioni al lavoro. Sostenibile significa infatti “che può essere affrontato” e questo aggettivo garantisce una vita serena e duratura, solo se applicato a qualsiasi cosa noi decidiamo di affrontare.

Entriamo nello specifico dell’ambito della vita lavorativa sostenibile.

Il sistema scolastico ed universitario si propongono di formare gli studenti a livello teorico e tecnico, ma non si occupano di fornire gli strumenti per la costruzione della propria professione, libera o da dipendenti che sia.

Una volta preso un titolo, ci ritroviamo a costruire le nostre carriere, rincorrendo la necessità di avere un lavoro che ci permetta di sostenerci economicamente, senza che nessuno ci spieghi come: i più fortunati riescono a collocarsi e ad ottenere un guadagno, alcuni nemmeno quello.

Sono rari i casi in cui, nella libera professione o in quella da dipendente, si riesca a costruire una carriera che garantisca soddisfazione, libertà, autonomia, autenticità, guadagno, tempo libero, successo, tutto in modo bilanciato.

Chi riesce a lavorare e a realizzarsi segue degli schemi più o meno ricorrenti, finendo nella stragrande maggioranza dei casi in un enorme stato di frustrazione, stanchezza e nervosismo.

Come è possibile che accada questo? Come si spiega il fatto che siamo andati sulla luna, ma non abbiamo ancora trovato il modo per insegnare alle persone come vivere la loro professione in modo sostenibile? Secondo me la risposta sta nel fatto che sono poche le riflessioni a riguardo: ovvero non ci siamo ancora sufficientemente occupati dei costi esistenziali che il mondo del lavoro, gestito come lo si è fatto fino ad oggi, sta avendo sulle nostre vite e di cosa si può fare di diverso.

Di seguito rifletteremo su alcune tendenze poco sostenibili, proponendo delle direzioni alternative.

Consigli da sfatare: seguire le proprie passioni

Questo è uno di quei consigli più sdoganati e frustranti mai prodotto nel mondo del lavoro. Le persone che seguono questa indicazione ottengono spesso due risultati: o scoprono che la propria passione non è monetizzabile o vivono con la frustrazione di non avere nessuna passione che possano trasformare in un lavoro.

Facciamo un passo indietro. Il lavoro altro non è che un insieme di azioni che ci permette di percepire un guadagno, il lavoro è fatica e quando svolgiamo un lavoro per il quale non si nutre interesse, è vero, si finisce con l’essere tristi e infelici. Eppure la soluzione per ovviare di incorrere in questo rischio non è cercare una passione che possa diventare fonte di guadagno, bensì cercare qualcosa che possa appassionarci. Il che è molto diverso. Le passioni fanno capo al passato, mentre il lavoro si riferisce ad una esperienza futura.

Come rendere l’attività lavorativa davvero sostenibile


L’indicazione sostenibile diventa quindi: cosa potrebbe appassionarti? Alcuni lavori non esistevano nel passato, sono stati inventati, altri addirittura, poiché non fanno parte del nostro background, potrebbero risultare incredibilmente coinvolgenti. Cerchiamo nel futuro, non in quello che abbiamo già fatto.

1. Specializzarsi, specializzarsi e ancora specializzarsi.

Altro tema su cui ragionare è quello delle competenze. Uno degli ingredienti che garantiscono la soddisfazione professionale è quello di sentirsi capaci nello svolgere il lavoro scelto. Per arrivare a sentirsi adeguati nella propria professione una delle soluzioni è specializzarsi tramite la formazione continua.

Sebbene l’aggiornamento professionale sia un dovere etico e deontologico, troppo spesso si cade nel buco nero della formazione infinita, da cui difficilmente si esce. Il sottotitolo culturale di questa spinta alla iper formazione è non sei abbastanza, ma poiché questo è vero perché le professioni richiedono aggiornamento costante, il rischio è di investire enormi quantità di denaro, tempo ed energie, finendo per non sentirsi mai bravi, mai sufficientemente pronti o all’altezza del proprio ruolo. Il costo emotivo di questo meccanismo non è quantificabile: troppi si sentono meno di zero anche dopo anni di corsi e questo non è sostenibile.

La causa principale di questo fenomeno risiede nel sistema scolastico e universitario che valutano gli apprendimenti mnemonici e non i processi. Per cui i professionisti ricapitolano questo sistema nel loro lavoro e si sentono adeguati solo quando sanno di aver raggiunto un determinato standard di competenza, che però, essendo in continua evoluzione, completo non sarà mai.

La mia proposta è quella di promuovere una cultura del lavoro basata sulla progressione e non sul risultato: premiare chi si evolve e non chi è arrivato.

2. Preoccupati di guadagnare.

Un altro ingrediente della soddisfazione professionale è la percezione di utilità che si ha rispetto al proprio lavoro. Anche in questo caso, ci viene spesso consigliato di scegliere in base al criterio del guadagno. Mai consiglio fu più fuorviante. Noi essere umani, dotati del linguaggio e quindi di un sistema simbolico, siamo fortemente motivati dai valori. Solo se una cosa ha valore per noi, riusciamo a spostare le montagne. Ecco allora che troppo spesso ci si ritrova a ricoprire ruoli o a svolgere professioni con i quali non sentiamo un legame valoriale, perché la scelta è stata motivata dalla ricerca della remunerazione. Purtroppo, sorprendentemente per alcuni, il guadagno percepito non garantisce nessuna soddisfazione.

Il prezzo che paghiamo a livello sociale, aziendale e personale per la mancanza di una relazione viscerale con il nostro ruolo professionale è l’assenteismo: in termini di spersonalizzazione, di mancanza fisica dal posto di lavoro e di mancanza di produttività. Anche questo non è sostenibile.

Dovremmo smettere di spingerci a fare scelte professionali in base alla variabile guadagno e potremmo domandarci quale sia la causa alla quale vogliamo contribuire nel mondo. Solo così potremo spostare l’attenzione dal ruolo, all’utilità che sentiamo di avere tramite la nostra professione, qualsiasi essa sia.

3. Questo lavoro è da sempre che si fa così.

Se non si trovano coinvolgenti le azioni specifiche della professione che svolgiamo, finiamo con lo sperimentare un senso di estraneità, che a lungo andare ci porterà a sentirci insoddisfatti e frustrati. Per essere sostenibile un lavoro deve infatti essere coinvolgente e rispettare la libertà del professionista di svolgere il proprio ruolo come desidera, avendo compiti variegati e ben specifici con feedback ricorrenti. Questo accade molto raramente. Quando svolgiamo le nostre professioni siamo automaticamente portati a ricoprire ruoli e mansioni in modi standardizzati e canonici, mortificando la nostra autenticità e la libertà di essere creativi.

Per invertire la tendenza potremmo iniziare a concentrarci sulla nostra efficacia, dandoci il permesso di svolgere la nostra professione nel rispetto delle nostre caratteristiche. La cosa davvero importante è infatti la nostra capacità di garantire un risultato, non tanto il modo in cui possiamo farlo.

Troppo spesso i professionisti si ritrovano in una situazione di frustrazione dovuta al fatto che stanno togliendo fuori dal loro lavoro delle caratteristiche personali essenziali. A mio avviso sarebbe importante valorizzare l’unicità di ciascuno, dando il permesso ai professionisti di fare il loro lavoro in modo autentico, senza costringere nessuno a indossare un vestito che gli sta stretto.

4. Il giudizio degli altri non conta.

Purtroppo non è vero. Il contesto è quasi più importante della persona. Quando il contesto non ci supporta e ci critica, il lavoro diventa insostenibile. Il contesto è fatto dai colleghi e dai tuoi collaboratori. Spesso, la convivenza nel contesto professionale non è piacevole: competizione e aggressività ne sono a mio avviso la causa.

Il sistema competitivo da cui deriva l’aggressività nasce dal fatto che non siamo educati alla cooperazione. I nostri colleghi sono chiamati competitor nel mondo del marketing, quasi fossero gli antagonisti contro i quali combattere l’ultimo pezzo di carne rimasto sulla terra.

Anche in questo caso la responsabilità va all’educazione. Gli esseri umani sono tendenzialmente aggressivi, i valori della cooperazione e della collaborazione vanno insegnati. L’unico modo per disinnescare il sistema agonistico è quello di avere uno scopo sovraordinato verso il quale unire le forze.

La mia proposta, in questo caso, è quella di percepire i nostri colleghi e collaboratori come coloro con i quali faremo un viaggio per rendere questo mondo un posto migliore e non, qualcuno che ci sta rubando tempo o lavoro.

5. Vivi per lavorare.

Ultima riflessione, ma non meno importante, è quella che riguarda il modo in cui bilanciamo la vita privata con quella professionale.
Un lavoro che non lascia spazio ad altro, non è sostenibile.

Uno dei motivi per cui siamo oberati di lavoro e non riusciamo a ritagliarci molto tempo da dedicare al resto della nostra vita è che non sempre riusciamo ad essere efficienti: ovvero a fare quello che dobbiamo fare con il minimo dello sforzo e il massimo del risultato.

Anche questa è una questione che ha una duplice origine: da una parte c’è la spinta a darci dentro, per cui chi lavora poco (in termini di tempo e non di risultato), viene spesso giudicato negativamente e quindi abbiamo la tendenza a diventare indaffarati per sentirci a posto con la coscienza; dall’altra parte nessuno ci insegna ad organizzarci per obietti e strategia, a meno che non si frequentino corsi a pagamento.

Facciamoci le domande giuste

Anche in questo caso ho un invito da fare per invertire la rotta. Tra le cose che facciamo, domandiamoci quali sono quelle che servono a fare bene il nostro lavoro e quali sono invece quelle che portiamo avanti per combattere il senso di inadeguatezza. Le seconde, sostituiamole con tempo da dedicare ad altro. Noi non siamo la nostra professione, noi facciamo una professione.

Non solo la terra ha risorse esauribili, anche noi, come ogni cosa del resto.

Camilla Stellato

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