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Sopravvivere nell’era del quaternario dove una laurea non basta più

Non possiamo dire che sia mai esistito un periodo in cui le cose siano andate meglio, perché il mondo del lavoro è sempre stato complesso, ma quello a cui stiamo assistendo oggi è certamente singolare: è la rapidità del cambiamento ad essere spaventosa.

Un lavoro che ieri era fondamentale, diventa obsoleto nel giro di pochi mesi e nello stesso modo, ruoli professionali prima inimmaginabili spuntano dal giorno alla notte.

Cerchiamo di capire cosa è successo e come fare per orientarci in questa complessità, senza naufragare.

I cambiamenti socio-economici

I nati negli anni 50’ hanno goduto del boom economico dovuto alla rinascita del secondo dopo guerra, hanno potuto avere accesso alla democratizzazione dell’apprendimento, alle carriere lineari, al mondo del “se voglio in qualche modo posso” e hanno avuto il privilegio di fruire di un sistema di accesso alle professioni che funzionava in modo abbastanza semplice: si decideva un ambito, si applicava per una posizione lavorativa, si lavorava per poi andare in pensione.

Ora non è più così. Questa condizione da sogno (esagerando) è durata circa 40 anni e poi è declinata per una serie complicata di motivi.

Nel 2007 Gaggi e Narduzzi scrivono Piena disoccupazione e prevedono il tramonto del lavoro salariato a causa dei nuovi meccanismi di produzione del quaternario. Indovinano quello che sarebbe accaduto in un non lontano futuro: il lavoro sarebbe diventato inevitabilmente e ineluttabilmente flessibile e volatile per tutti.

Nel Settembre 2008 la banca Lehman Brothers fallisce, dando inizio alla più grande crisi finanziaria e sistemica a cui abbiamo assistito dopo quella del ’29.

Si accelera drasticamente un processo che era iniziato in maniera silente, i mercati cambiano in maniera radicale: tecnologia, automazione, intelligenza artificiale, digitalizzazione, social media, sharing economy, diluvio dei dati e gig economy trasformano per sempre il mercato del lavoro, facendo si che una crisi diventi lo status quo.

Siamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale.

Nulla sarà mai più come prima. I mercati diventano instabili, il denaro si crea in nicchie impensabili e le professioni si trasformano in liquidi da versare in contenitori che durano un attimo.

I nostri tempi sono VUCA (volatili, incerti, complessi, ambigui) e non tutti sono preparati.

Che fare allora per sopravvivere?

Le caratteristiche di un atteggiamento che permette di essere professionalmente resilienti.

L’unica soluzione di questi tempi è munirsi di una tavola che ci permetta di surfare le onde più o meno imprevedibili del mercato e del mondo del lavoro.

Non bastano più né una laurea, né un master.
Serve un atteggiamento resiliente: ovvero che permetta di stare in piedi e/o rialzarsi ogni volta che il lavoro andrà in crisi, perché accadrà continuamente.

Cosa fare allora?

Di seguito alcuni consigli da adottare.

Ancorarsi ad una causa e non ad un ruolo

Il primo errore fatele da non commettere è quello di identificarsi con un ruolo professionale. Non possiamo più considerarci dottori o professori o non so cosa per l’intero arco della nostra vita.

Dobbiamo scoprire la causa alla quale vogliamo contribuire, in modo da diventare duttili e malleabili, in modo da prevenire che la nostra identità professionale vada in mille pezzi nel momento in cui dovremo inevitabilmente reinventarci o cambiare qualcosa del nostro solito modo di lavorare.

Essere pronti a reinventarsi

Uno degli ingredienti che rende i professionisti resilienti è la loro capacità di reinventarsi. Anche cambiando drasticamente. Alcuni ruoli professionali sono volti a declinare così come ci sono lavori che dovranno ancora essere inventati e che potranno diventare un’ancora di salvezza.

Tutto sta nella capacità di essere pronti a fluire da un contesto ad un altro senza viverlo come un fallimento. Ricordiamoci che l’adattamento è correlato alla specializzazione, ma una specializzazione eccessiva rende l’adattamento paradossalmente complicato. La specializzazione verticale è un ingrediente cruciale per essere competenti, ma la capacità di transiliere le competenze da un contesto ad un altro aumenta la nostra possibilità di adattarci e quindi sopravvivere.

Photo by Charlie Firth on Unsplash

Ragionare come un’azienda

Ogni organizzazione piccola o grande che sia sopravvive se assolve a quattro obiettivi fondamentali: di produttività, etico, di marketing e di innovazione. Se si ragiona come un’organizzazione sarà evidente che aggiornarsi continuamente, adattarsi ai cambiamenti di mercato, essere il brand di se stessi e fare attenzione al contesto in modo etico e sostenibile saranno ingredienti di cui tenere conto sempre.

Per ragionare in questo modo serve approfondire competenze verticali, ma anche arricchire il proprio bagaglio di conoscenze che non sono strettamente afferenti al nostro ambito professionale.

Essere aperti a nuovi modi di fare ogni cosa

Il quarto ingrediente, ma non meno importante, è quello relativo alla capacità di essere aperti a nuovi modi di fare ogni cosa. Sinteticamente bisogna essere disponibili a stravolgere tutto: le sedi di lavoro diventano temporanee o si lavora da remoto, le équipe diventano fortemente multidisciplinari, i servizi diventano un mix tra online e offline. Niente è più simile a prima.

Se si è in grado di erogare il proprio lavoro in un modo che esce fuori dagli schemi allora si potrà avere una speranza di sopravvivere. Bisogna conoscere le mode, anticipare e cogliere i bisogni, rispondere ad esigenze emergenti: collocarsi all’inizio della curva di Gauss! Chi arriva ultimo è perduto.

Photo by Motoki Tonn on Unsplash

Vivere da francescani

Ritorna in modo dirompente la necessità di vivere una vita asciutta, rinunciando ad inutili beni di consumo, in modo tale che si possa investire in nuove forme di sostegno economico in vista del fatto che le pensioni si apprestano a sparire e i beni passivi non portano profitto.

Il minimalismo suggerito dalle filosofie zen e francescane sono un ottimo strumento per vivere con quello che basta e contemporaneamente costruire un paracadute di salvataggio per i tempi in cui arriveranno nuove crisi o pandemie.

In sintesi, non è tanto il tipo di ruolo professionale che ricopriamo che farà la differenza, ma l’atteggiamento che sapremo mettere in campo per far fronte a nuove sfide.

Perché quando cambia la musica, cambia anche la danza.

Proverbio africano



Camilla Stellato

Bibliografia

M. Gaggi, E. Narduzzi, Piena disoccupazione. Vivere e competere nella società del quaternario, Ed. Gli Struzzi Einaudi, 2007

N. Andreula, V. Sprothen, Flow generation. Manuale di sopravvivenza per vite imprevedibili, Daimonriver Press, 2019




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