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Documentari sulla sostenibilità da non perdere

Mai come in questo periodo, forzati o meno, stiamo trascorrendo molto tempo in casa. La sera spesso Netflix ci tiene compagnia per distrarci e farci passare qualche ora in completo relax. Oltre alle tantissime serie tv però, avete mai pensato di guardare qualche documentario ed approfondire qualche argomento? Oggi vi proponiamo 3 documentari sulla sostenibilità assolutamente da non perdere.

Perchè guardare documentari sulla sostenibilità

Il termine sostenibilità ha davvero tantissime sfaccettature.

L’ Enciclopedia Treccani definisce la sostenibilità come:

la condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.

Il concetto di sostenibilità, nel passare degli anni, si è fortemente evoluto. Partendo dai soli aspetti ecologici, adesso invece, si riferisce anche a quelli ambientali, economici e sociali. Ed è proprio da questo presupposto che abbiamo scelto questi documentari sulla sostenibilità ognuno dei quali approfondisce un diverso aspetto.

La terribile devastazione dei nostri Oceani, il consumo compulsivo che caratterizza la nostra società e l’inquinamento causato dagli allevamenti di bestiame sono le tematiche affrontate in questi 3 documentari Netflix.

A plastic Ocean

Era il 2011 quando il giornalista e filmaker Craig Leeson si trovava nell’Oceano Indiano con l’intento di filmare un documentario sulle balene blu. Quello che si aspettava di trovare lungo le coste dello Sri Lanka era un paesaggio incontaminato con acque cristalline. Purtroppo però, durante le riprese, si ritrovò di fronte una terribile realtà del tutto inaspettata. Proprio in quel Paese, apparentemente cosí lontano da qualsiasi inquinamento, lo scenario era rovinato da rifiuti di vario tipo.

È da qui che quello che doveva essere un documentario sulle balene blu, diventa un documentario volto ad indagare le condizioni dei nostri oceani. Uno tra i più belli documentari sulla sostenibilità.

La plastica nei nostri mari

Parliamo spesso di come la plastica andrebbe evitata ma, forse, troppo poco delle conseguenze che questa, insieme ad i nostri comportamenti, sta avendo sul nostro pianeta.

Una balena che tra atroci tormenti muore per aver ingerito ben 6 metri quadrati di plastica, è sicuramente una delle scene più emblematiche di questo documentario.

Abbiamo un problema e questo problema è reale. Se continuiamo in questo modo nel 2050 ci sarà più plastica che pesci nel nostro mare: basti pensare che negli ultimi 10 anni abbiamo prodotto più plastica che nel secolo precedente.

In America ogni anno vengono buttate 38 bilioni di bottiglie di plastica ossia 2 milioni di tonnellate di plastica, bisogna intervenire e subito.

Ogni pezzo di plastica mai creato è ancora nel nostro Pianeta, in una forma o nell’altra.

Il documentario approfondisce vari aspetti ed è ricco di numerose interviste a diversi biologi marini. Uno di questi, grazie al suo particolarissimo sottomarino, mostra come anche le acque del nostro Mar Mediterraneo, siano completamente invase da bottiglie di plastica, rifiuti di metallo, gomme e tantissimo atro. Addirittura a 1600 metri di profondità, dove non arriva nemmeno la luce, si trovano bottiglie di plastica che, purtroppo, rimarranno li per sempre.

Le microplastiche

Se state pensando “occhio non vede, cuore non duole”, vi sbagliate. La plastica nei nostri mari non è solo quella che sprofonda nei fondali. C’è una plastica, molto più subdola, che nonostante sia poco visibile agli occhi, galleggia sulla superficie dell’acqua. Questi pezzetti di plastica derivano da pezzi più grandi che complici il sole, il sale e le correnti si trasformano in queste famose “microplastiche”.

Gli scienziati hanno stimato più di 5 trilioni di pezzi di plastica nei nostri mari.

Queste microplastiche non sono solamente dannose e pericolose per i pesci che popolano i nostri oceani ma lo sono anche per noi. Più del 60% della popolazione mondiale dipende dalla pesca per soddisfare i suoi bisogni proteici. I detriti di plastica in mare agiscono da calamite per le tossine che, combinandosi con altri elementi chimici, aumentano la tossicità. Se i pesci mangiano plastica, noi mangiamo plastica!

I pesci non sono le sole vittime di tutta questa plastica ma anche uccelli come gabbiani ed albatros e le tartarughe che mangiano buste di plastica scambiandole per meduse. Terribile.

Lo scenario che Craig Leeson ci mostra non può che farci rimanere senza parole. Ci apre gli occhi su realtà terribili come la Smokey Mountain II nella baia di Manila e ci ricorda disastri ambientali di cui il nostro pianeta ancora porta le ferite.

È un documentario del 2016 che vi consiglio di vedere per riconsiderare i nostri comportamenti e smettere di essere complici di questa devastazione.

Il secondo tra i documentari sulla sostenibilità che vi proponiamo: Minimalism

Guardatevi intorno quando siete a casa: quante cose inutili, senza valore, vi circondano? Aprite i vostri armadi: quanti abiti realmente indossate e quanti sono, da anni, finiti nel dimenticatoio?

Contrariamente a ciò che si possa pensare, il minimalismo, non è uno stile di vita radicale. Non è rinunciare a tutto ma rinunciare secondo le proprie esigenze ed il proprio stile di vita. Qualità più che quantità.

Questo documentario racconta la storia di due amici, Joshua Fields Millburn e Ryan Micodemus, che decidono di cambiare vita e smettere di essere vittime di questo consumismo sfrenato che caratterizza la nostra epoca. Ci raccontano la loro vita quotidiana e la vita di chi, come loro, ha preferito scegliere con più consapevolezza.

Siamo circondati da pubblicità

Intorno a noi tutto ci spinge, anche inconsapevolmente, a comprare. Siamo bombardati di pubblicità ed ora, complici i socialnetwork, lo siamo ancora di più. È dal 1970 che le cose sono iniziate a cambiare. È da questi anni infatti che tutto è diventato meno caro e quindi più accessibile, a tutti. Perchè avere una maglietta bianca ed una nera pagandole 60 euro se posso averne, alla stessa cifra, una bianca, una nera, una gialla, una rossa, una viola, una verde e perchè no anche una blu?

L’ America è il regno del “bigger is better”, delle file durante la notte per correre per primi nel negozio desiderato durante il black friday, ma no, il problema non è solo del mercato americano, il problema che porta le persone ad essere giudicate in base a ciò che hanno (o che mostrano di avere) è un problema mondiale, di ognuno di noi.

Si sente sempre dire che la nostra è una società materialista. Materialista nel senso sbagliato. Vogliamo sempre tanto senza curarci di quello che c’è dietro, dei materiali usati, del processo produttivo, dell’inquinamento generato per non parlare delle condizioni di lavoro. Se materialisti volesse dire “pensare realmente ai materiali utilizzati”, sicuramente, non saremmo arrivati a questa imposizione, su tutti i mercati globali, del fast fashion.

Noi non desideriamo davvero più cose, noi desideriamo come quelle cose ci fanno sentire, è questa la verità. Il problema non è comprare, ma comprare compulsivamente!

Senza che nemmeno ce ne rendiamo conto siamo stimolati a comprare, a spendere, ci suggeriscono cosa abbiamo bisogno e per noi diventa magicamente irrinunciabile. Ma la domanda è: ne abbiamo davvero bisogno?

I bambini

Per non parlare di noi genitori che, troppo spesso, per viziare i nostri figli compriamo, compriamo e compriamo. Certo, voi direte, da che mondo e mondo i genitori fanno regali ai propri figli, ma pensateci, qualcosa è cambiato anche in questo. Le agenzie pubblicitarie, a differenza del passato, non si rivolgono più a noi genitori ma direttamente ai nostri bambini perchè sanno cosí di poter avere maggiore successo. Basti pensare che nel 1983 le compagnie pubblicitarie hanno speso 100 milioni in marketing per prodotti per bambini e nel 2006 ben 17 bilioni!

Non è facile, ma tutti dobbiamo provare a comprare meno, dobbiamo chiederci ogni volta che compriamo qualcosa: “aggiunge valore alla mia vita?” (domanda che dovremmo farci anche per i rapporti personali). Bisogna avere abbastanza per se stessi, né troppo né troppo poco.

“Love people and use the things, because the opposite never works.”

The Minimalists

Cowspiracy

Distribuito nel 2014, Cowspiracy è un documentario prodotto e diretto da Kip Andersen e Keegan Kuhn. È proprio Kip, attento ambientalista, che si imbatte nell’omertà che caratterizza la tematica dell’inquinamento dell’industria animale. Industria che ha un impatto enorme in termini di deforestazione, consumo di acqua e spreco di risorse.

L’effetto che questa industria ha sul nostro Pianeta non è minimamente paragonabile ad altro eppure, nessuno ne parla, perchè?

Solo in America per sfamare il bestiame, nell’industria animale, si consumano 34 trilioni di acqua. È stato calcolato che in termini idrici, mangiare un solo hamburger equivale a fare la doccia per 2 mesi interi. Per non parlare della produzione di latte e formaggi. Per produrre 1 gallone di latte ne servono più di 1000 di acqua. Sconvolgente.

La verità nascosta

Gli occhi sono sempre puntati sull’inquinamento dei trasporti o su come noi, con i nostri comportamenti, dovremmo ridurre i consumi ma la verità è che la causa maggiore dei cambiamenti climatici (51%) e del consumo di acqua è dovuto all’agricoltura animale.

Per far crescere gli animali che diventeranno il nostro cibo, si consuma il 30% di acqua nel mondo e questa industria è responsabile del 91% della distruzione della foresta amazzonica, la causa principale della morte dei nostri mari e dell’estinzione di numerose specie animali.

“Raising and killing animals for food is really what’s killing the Planet”

Cowspiracy

Ebbene sí, far crescere per poi ammazzare questi animali è quello che sta uccidendo il nostro pianeta.

Abbiamo tutti puntato il dito contro l’olio di palma, responsabile di terribili deforestazioni nella foresta indonesiana ma se paragoniamo i 26 acri spariti a causa delle piantagioni di olio di palma ai ben 136 milioni di acri spariti a causa degli allevamenti, è chiaro ci sia qualcosa di non detto.

Come sempre, sostiene il produttore, il potere delle lobbies e gli interessi economici (più o meno nascosti) portano il mondo ad ignorare questa problematica. La cosa grave è che proprio nessuno, come dimostrato nel documentario, vuole toccare l’argomento, nemmeno organizzazioni fortemente schierate e ben note a livello globale come Greenpeace.

Kip Andresen alla fine del suo documentario arriva alla conclusione che l’unico modo per impattare il meno possibile sul nostro pianeta è rinunciare alla carne e seguire un regime di vita vegetariano. Il documentario si conclude con una ulteriore scioccante riflessione: nel mondo ci sono bilioni di persone che muoiono di fame ed al tempo stesso è stato calcolato che il 50% di grano e legumi prodotti vengono utilizzati per sfamare il bestiame. C’è chiaramente qualcosa che non va in questo mondo e noi, quantomeno, ne dobbiamo essere a conoscenza.

Questo documentario è stato finanziato con il crowdfunding su indiegogo. Nel 2017 lo stesso team ha scritto, diretto e prodotto un altro interessantissimo documentario “What the Health” che critica l’impatto sulla salute del consumo di carne e latticini e mette in discussione le pratiche delle principali organizzazioni sanitarie e farmaceutiche. 

Di documentari sulla sostenibilità ce ne sono parecchi ormai, noi crediamo sia un modo piacevole per informarsi e per sviluppare le proprie idee. Come diceva Picasso “non giudicare sbagliato ciò che non conosci, prendi l’occasione per comprendere“.

Non dimentichiamoci di fare anche noi il possibile come ridurre il consumo di acqua, sprecare il meno possibile e praticare atti di gentilezza nei confronti del nostro pianeta come raccogliere i rifiuti da terra. Fatelo per voi, per i vostri figli e per il futuro di tutti: un piccolo gesto può fare un gran differenza!

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